Dove eravamo rimasti?
I momenti TOP della prima stagione 

In attesa che Amazon rilasci finalmente la seconda stagione di Absentia il prossimo 14 giugno, ho incautamente avuto la bella pensata di rinfrescarmi le idee - come se ce ne fosse bisogno - su quanto avvenuto nel primo capitolo di una storia che mi auguro essere ancora molto lunga e ugualmente (o più) avvincente.  


La cosa, all'apparenza innocua, mi ha a tal punto preso la mano che ho smesso di vivere ho trangugiato in pochissimo tempo, come mi accade sempre, tutte e dieci le puntate, venendo trascinata nel gorgo di una storia coinvolgente e potentissima, in grado di tenermi avvinta nelle sue spire fino alla sua (temporanea) conclusione. 

Mi ha sorpreso rendermi conto di quanto mi sia sempre impossibile opporre resistenza a un formidabile flusso narrativo, che immancabilmente mi cattura prepotentemente. Perché Absentia non è fatta di mezze misure. Ti fa arrabbiare, ti fa contorcere dalla frustrazione, ti fa venire voglia di entrare nella scena per mettere ordine in una situazione di intollerabile ingiustizia. Vivi e reagisci come se fossi tu l'eroina braccata, inseguita e resa colpevole di ogni male del mondo.

È mia opinione che la prima stagione di Absentia sia fatta di un materiale promettente ancora un po' grezzo, che ha bisogno di crescere, rifinirsi ed esplorare le sue ottime potenzialità.
Ciò nonostante, o forse proprio grazie a certe ruvidezze e spigolature, è capace di generare emozioni travolgenti, primitive, non mediate dal filtro della ragione.
Quello di Emily è il tipico viaggio dell'eroe che si trova ad affrontare prove durissime al limite della sopportabilità umana, per salvare se stesso attraverso (anche) un percorso di crescita interiore. È dotata di enorme forza e resistenza fisica e mentale e di un'imbattibile spinta propulsiva che la fa andare avanti, sempre e comunque.

È naturale che il pubblico segua con sempre maggiore trepidazione e trasporto le sue incessanti traversie, soprattutto perché la sua storia tocca il nervo scoperto della tematica dell'innocente perseguitato. Potremmo essere noi. Potremmo diventare vittime di qualcuno che vuole rovinarci la reputazione senza motivo. O la nostra vita, per come la conoscevamo. (Ok, magari senza arrivare alla psicopatia, ma basta molto meno, come sappiamo).
Siamo convinti - a livello viscerale perché non dimostrabile da prove e fatti - che Emily sia innocente. Ma siamo soli con lei di fronte a un mondo irriconoscibile che la pensa diversamente.
Ed è irrefrenabile l'impeto di rabbia, che puntata dopo puntata si accumula dentro di noi pronto a esplodere, per il modo inumano in cui Emily viene trattata, soprattutto dalla persona che dovrebbe sostenerla e aiutarla – l'ex marito, che la crede invece una sociopatica capace perfino di far del male al proprio figlio.

Nel ripercorrere i momenti chiave della stagione per scrivere questo articolo, ammetto che un piccolo demone interiore mi gridava nelle orecchie voleva pacatamente convincermi a compilare invece “I dieci momenti in cui avresti voluto picchiare Nick con un bastone chiodato”, ma non era di fatto un'opzione praticabile, essendo contraria alla violenza fisica.

Vorrei  poter dire di aver esaurito gli insulti per quell'uomo inetto, incapace di empatia, ma capacissimo di dubitare dell'amore di una madre per il figlio, credendola una pazza furiosa– anche retroattivamente, rea di averlo adescato a sua insaputa, mentre era giovane, ingenuo e preferiva le bionde -, ma non è vero.
La riserva del disprezzo che provo per lui, e che tra una visione e l'altra pare acquietarsi  (sì, riesco a dimenticare in parte quello che le ha fatto, per quanto assurdo possa sembrare), torna a riempirsi immancabilmente alla prima inquadratura di quelle spalle tristi e cadenti, rassegnate a un destino intollerabile, quasi che fosse LUI la vittima.

Ma veniamo al dunque.

1. Il ritorno dal Regno dei Morti

La premessa di Absentia è molto semplice e allo stesso tempo decisamente formidabile: la donna (moglie, madre, figlia, sorella) scomparsa in circostanze misteriose e creduta morta tra lacrime e tormenti, torna in vita, sconvolgendo le placide (?) esistenze di chiunque intorno a lei.
Le primissime scene a cui assistiamo, durante il pilot, vanno a conficcarsi nel nostro inconscio dolorante, dal quale riemergeranno per perseguitarci senza ritegno. Come spettatori diventiamo testimoni, senza niente che si frapponga a proteggerci dal Male assoluto, delle aberranti torture a cui Emily è stata sottoposta, mentre al contempo ci rendiamo amaramente conto della vita all'apparenza idilliaca alla quale è stata strappata. Il confronto genera pura disperazione e un profondo abbattimento, facendoci instaurare da subito un legame con quella poveretta che ha subito le peggiori crudeltà umane.

Emily è sopravvissuta all'Inferno, è chiaramente traumatizzata, vive in un costante senso di allerta, che la spinge a difendersi istintivamente di fronte a qualsiasi minaccia. È un animale braccato, ha interiorizzato la violenza a cui è stata ininterrottamente sottoposta, che è arrivata a comprendere il suo intero universo, cancellando tutto il resto. Non ricorda chi è, quello che ha subito/commesso a sua volta. È profondamente confusa riguardo la sua identità e la persona che è diventata.

“And part of me just wants to forget it,
and then the other part just wants to remember.
And I'm terrified of what would happen if I ever do.”

Si trova davanti a un lungo processo di riappropriazione di sé. Verrebbe ovvio credere che la sua famiglia le si stringa intorno per aiutarla, colmarla di amore e misericordia, ma le cose non sono così semplici. Inspiegabilmente.

2. Il cuore di una Madre

La relazione più importante esplorata durante la prima stagione è indubbiamente quella in essere tra una madre, Emily, che ha conservato molto più che intatto il suo istinto materno, nonostante le bestialità a cui è stata sottoposta, e Flynn, il figlio immensamente amato, che di fatto però non la conosce, che ha imparato a chiamare madre un'altra donna e che inizialmente la tiene a distanza, perché non sa come gestire un'esperienza sconvolgente e fuori dall'ordinario. Qualcosa a cui un bambino non può dare un senso da solo, con gli strumenti limitati che possiede.

Flynn è stato per Emily l'unico motivo che l'ha spinta a sopravvivere, a superare ogni violenza fisica e ogni genere di umiliazione, come quella di doversi trascinare a terra seminuda per mangiare con le mani da una ciotola sporca. Manco i cani, verrebbe da dire. È una scena che mi fa sempre stare malissimo.

“I don't remember much.
But I do remember thinking about you.

That allowed me to go through it.
The rest of it doesn't matter.”

Emily capisce che per Flynn è difficile ricostruire un universo familiare improvvisamente andato in frantumi, che possa comprende la madre creduta morta, di cui non ha ricordi. Gli si avvicina con delicatezza, senza pretese, senza mettersi in competizione con Alice, accetta il suo atteggiamento respingente senza fargliene nessuna colpa, sperando solo di potersi ritagliare una vicinanza ancora tutta da costruire, dando per scontata la reazione iniziale del figlio, probabilmente sentendosi in colpa in prima persona per non esserci stata durante la sua infanzia. Si comporta come una Madre, mettendo sempre il bene di Flynn al primo posto. Mai il proprio.

Con il tempo, un po' di pazienza e il riconoscimento del loro legame innato, Flynn ed Emily si avvicinano. Flynn si apre con la madre, dimostrando curiosità per quello che gli è accaduto (dimostrando soprattutto che nessuno si è preso la briga di parlargliene e aiutarlo a gestire le sue emozioni confuse) ed Emily trae da questo nuova linfa per andare avanti, grazie alle loro interazioni sempre più semplici e spontanee, le uniche a scaldarle il cuore.

3. La solitudine di una donna

Prima ancora di essere accusata della qualunque, come avverrà dalla seconda metà della stagione in avanti, mi ha sempre sconvolto la constatazione dell'estrema solitudine di Emily.
Emily è sempre stata molto sola, al contrario di quello che ci si sarebbe aspettati, fin dal suo brusco ritorno in una comunità da subito scettica e ostile nei suoi confronti, padre escluso.

È una cosa che non manca di sorprendermi e sconcertarmi a ogni visione, perché è assurdo, su moltissimi livelli, il comportamento di chi avrebbe dovuto aiutarla e invece la considera un enorme fardello, e non si fa alcuna remora ad urlarle contro:“Proprio adesso che ci eravamo ripresi, pensi bene di farti viva” (come se fosse stata una scelta), in una variante meschina del “Si stava meglio quando si stava peggio, puoi cortesemente tornare morta?”.
Di fronte a un evento del genere – il poter avere una seconda occasione, come sottolinea Harlow-, ci sarebbe da festeggiare e ringraziare qualsiasi divinità, se eventualmente credenti, promettendo lodi omaggi per le successive sette generazioni. Invece no. Musi lunghi, insofferenza. E, quel che è peggio, il sospetto nei suoi confronti, proprio da parte delle persone che dicono di amarla e volerla proteggere.

Si passa dal marito sempre più oppresso dal peso di doversi occupare malvolentieri di una donna colpevole di soffrire di un massiccio e prevedibile stress post-traumatico che non la rende immediatamente in grado di sedersi composta a prendere un tè con le amiche di canasta – forse l'unico luogo dove Nick potrebbe tollerare di incontrarla - e si raggiunge l'apoteosi del fratello che le rinfaccia torti morti e sepolti che un uomo adulto dovrebbe quantomeno vedere dentro se stesso, prima di proiettarli irosamente al di fuori.
Io capisco Jack. Capisco la sua fragilità, il suo essere stato un figlio esemplare sempre messo in ombra dalla sorella, l'aver distrutto la sua vita professionale ed essersi dovuto occupare del padre. Ma non è possibile dire ad alta voce quello che lui le rinfaccia senza sentirsi un uomo molto piccolo.

Il momento più straziante in questa condizione di isolamento è l'ammissione fatta da Emily di fronte a Nick - convinta che lui la comprenda, mentre invece lui, ricordiamolo sempre, la considera una delle sette piaghe d'Egitto-, di aver voluto dare un'occhiata a quella che sarebbe stata la sua vita, se lei stessa non avesse voluto a tutti i costi auto rapirsi e scegliere di passare sei anni dentro la tanica (*inserire sarcasmo qui), rendendosi conto che, a differenza di quanto succede al protagonista del film che cita, la vita altrui non è affatto peggiorata in sua assenza. Anzi.

“It's like that movie where the angel takes the guy
and shows him what life would be like without him.
And everybody is so much worse off.
Except in my case it's the opposite.”

Ma come deve sentirsi una persona, con tutto quello che ha passato, nel rendersi conto che è malapena tollerata? Che tutti preferirebbero che fosse “rimasta morta”? Ma ci rendiamo conto di quello che ha dovuto sopportare, una volta tornata a casa?

4. Farsi giustizia da sola. Per forza

Le cose peggiorano, naturalmente, una volta presa quella piega infame. E lo fanno molto in fretta. Oltre a non gradire il suo ritorno, tutti iniziano a credere che Emily sia colpevole. Che abbia architettato tutto e inscenato la sua scomparsa, cicatrici comprese. Che addirittura non sia solo la complice, bensì la mentore di un serial killer.

Emily ci mette un po' a capire che cosa sta succedendo, perché, diciamocelo, va oltre ogni logica umana. Soprattutto crede fino all'ultimo che Nick sia quel porto di sicurezza e tranquillità che trova normale aspettarsi, senza rendersi conto del brusco voltafaccia dell'ex marito. Arriva al punto di consigliare al figlio di chiedere rassicurazioni al padre (!!), che è invece assente su ogni fronte, tanto per farci capire quanto è lontana dall'intuire la tremenda verità.
Alla fine scopre amaramente di essere stata lasciata da sola, e sa che è suo compito scoprire la verità, perché a nessuno importa. Vogliono solo chiuderla in una cella e dimenticare il suo ritorno.
Emily deve mettere in campo quelle doti per cui era stata (ed è) uno dei migliori agenti dell'FBI, e deve cercare di farlo in fretta, non solo per salvare la sua reputazione ma, peggio, per salvare il figlio, vittima del suo stesso incubo.

“There are people that are working against me.
And I think I've figured out a way
out of all of this, except it's dangerous.
It might make things worse.
But I think it's my only chance.”

La seguiamo trafelati in un'avventura dopo l'altra, ammiriamo la sua incredibile prontezza mentale, la vediamo diventare sempre più calma, lucida, fredda, recuperare le strategie apprese nel suo lavoro e modificarsi come un camaleonte in base a quello che la situazione richiede, grazie a qualche aiuto fortuito, la sua enorme intraprendenza, la determinazione feroce e la spinta ad andare sempre avanti, a qualsiasi costo.

5. Family first, nonostante tutto. E finalmente

La stagione è fortemente incentrata sulle vicissitudini di Emily, mentre gli altri personaggi sono lasciati sullo sfondo, appena abbozzati, senza una loro storia individuale autonoma. Tutti tranne Jack, che subisce una metamorfosi di discreta portata, passando dal fratello-rivale, al potenziale serial killer, visti i suoi svaghi così pericolosamente simili al modus operandi del vero colpevole, fino a trasformarsi nel cavaliere senza macchia e senza paura, che sceglie di stare dalla parte della sorella, in un cambio repentino di prospettiva.

La porta in salvo, le ricuce la ferita, la nasconde, le crede fino all'ultimo con una lealtà inimmaginabile fino a poco tempo prima, l'aiuta concretamente. Nel frattempo trova il tempo di crescere riconciliarsi con il padre e vedere finalmente riconosciuta la ferita di non essere stato amato da piccolo, perché messo in ombra dall'imponente figura della sorella problematica. Non cede nemmeno durante le pressioni di Tommy durante l'interrogatorio. Si fa arrestare, pur di non collaborare con il “Nemico”.

L'unico che invece sta sempre e comunque dalla sua parte, è il padre, che la motiva, l'abbraccia, le offre conforto, è immensamente felice per il suo ritorno (come dovrebbe essere per tutti), agisce attivamente per darle una mano, insulta l'ex genero (cosa che, come pubblico, incoraggiamo) e non perde occasione per rassicurarla sul suo amore. Fino all'ultimo. Senza Papa Byrne ci saremmo tutti sentiti persi.

“Stop. You did what you had to do in order to survive.
I know who you are... and I know how far you've come.
Even what you did as a child, it's what you had to do.
But now it's time to move on,
because that's what survivors do.

6. Lo scontro finale

La prima stagione è riuscita a celare molto bene l'identità del colpevole fino alla fine, almeno per quanto mi riguarda. Mi è piaciuta molto la virata verso il thriller psicologico delle ultime puntate  – categoria entro cui Absentia rientra – ma più di tutto mi è piaciuta la frase agghiacciante pronunciata da Laurie/Logan: “I'm you”.

Perché in fondo Emily poteva davvero essere Laurie, se si crede che l'essere umano sia un costrutto finito e prevedibile, cosa che invece non è. Laurie si è convinta che Emily le abbia usurpato la vita che le spettava e che non le fosse rimasta altra scelta che dedicarsi alla vendetta, come ricompensa per il torto subito. Non è così.

Emily ha dimostrato che le ipotesi scientifiche alla base dei (molto) dubbi esperimenti scientifici/comportamentali condotti dal dottor Shen sono fallaci, perché il comportamento umano non è così prevedibile. Emily non sarebbe diventata Laurie, semplicemente perché non lo ha fatto. Ha mantenuto la sua profonda umanità, il desiderio di giustizia ed è stata guidata dall'immenso amore materno che ha determinato le sue azioni molto più di quanto abbiano fatto le torture subite in sei anni (amo questa somiglianza con “Harry Potter”, sul valore e la potenza dell'amore materno).
Emily è sempre stata pronta ad assumersi la responsabilità delle azioni commesse e a chiedere scusa. Logan ha sprecato la sua vita cercando una rivincita che dubito le avrebbe restituito quello che ha perso. Si è trasformata nel suo aguzzino. Emily, mai. 

Pronti per tuffarvi nel secondo capitolo di questa storia tempestosa e coinvolgente?! Che cosa vi ha colpito di più della prima stagione? Fatemelo sapere!

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